Apparteneva ad una famiglia che vi risiedeva da lungo tempo. La casa padronale era molto grande, poi c’era una stalla in cui dormivano le domestiche, mentre i maschi che lavoravano nel podere dormivano in una capanna vicino alla stalla. I padroni non volevano che ci fossero troppi contatti tra di loro. Il padrone era chiamato “Pulce” perché dava sempre fastidio con le arie che si dava. Lo chiamavano però anche “Zampa di lepre” perché si vantava di aver ucciso cinquecento lepri in un’unica battuta di caccia. Trattava i suoi servi come schiavi, anche se la schiavitù era stata eliminata da anni.

 

In questo podere lavorava come serva, sarebbe più giusto dire come schiava, una ragazza: Giulia. La sua paga era qualcosa da mangiare, un posto per dormire e della roba usata per vestirsi. Lavorava tutti i giorni senza averne neppure uno libero. Non conosceva le domeniche e le feste e tanto meno sapeva cosa volesse dire ridere. La trattavano appunto come una schiava e lei non conosceva altro che questo podere. Non era andata mai in un altro paese. Era una bella ragazza, con lunghi capelli e grandi occhi scuri. Lei stessa non lo sapeva di essere tanto bella. Non aveva uno specchio per vedersi. Si poteva specchiare solo nell'acqua ferma.

 

In questo podere c'era anche un ragazzo che si chiamava Nicola e badava alle pecore. Neppure di lui si sapeva chi fossero i genitori. Giulia lo conosceva da diverso tempo. Le famiglie povere non ce la facevano a crescere i figli e cosi li davano a gente che aveva queste campagne o a gente che finanziariamente stava bene. Per i genitori era doloroso farlo e cercavano di consolarsi con il pensiero che così questi figli avrebbero avuto almeno da mangiare e un letto per dormire. Anche Nicola lavorava senza una paga, la sua situazione era uguale a quella di Giulia. Nicola dormiva di solito nelle campagne, dove c’erano dei rifugi che erano fatti apposta per quando faceva cattivo tempo. La gente che lavorava nei campi lontani da casa, per non fare un lungo viaggio a piedi, si riparava in questi rifugi per non bagnarsi. Questo ragazzo dormiva, dove si trovava. Lui la sera non poteva tornare a casa con tutte quelle pecore che aveva. Ci metteva ore per tornare e cosi quando si faceva buio, andava in questi rifugi, si faceva un posto nella paglia e lì dormiva mentre i cani stavano attenti alle pecore. La gente che la mattina andava a lavorare in campagna gli portava qualcosa da mangiare.

 

Nicola conosceva Giulia e più tempo passava più si incontravano di nascosto, non li doveva vedere nessuno. Si volevano bene, questa era l'unica cosa buona che conoscessero. Il resto era lavoro, rimproveri e a volte anche bastonate. I padroni sfogavano la rabbia su di loro che non si potevano difendere. Giulia e Nicola pensavano che fosse normale perché non conoscevano altro. I due ragazzi non sapevano chi fossero i loro genitori, erano al podere già da quando erano piccolini e così tiravano avanti come potevano, trattati malissimo e soffrendo molto. Nessuno degli adulti che lavoravano lì aveva il coraggio di dire qualcosa e neppure di intervenire quando i padroni li picchiavano.

 

  Giulia e Nicola s’incontravano soprattutto quando Giulia andava a prendere l’acqua alla sorgente che si trovava un po' lontano dalla casa del padrone.  Doveva trasportare l’acqua in un barile di legno che metteva sulla testa e che pesava più di lei.  Almeno una volta al giorno doveva andare alla sorgente, la mattina più o meno sempre alla stessa ora. Il suo orologio era un gallo che come cominciava a fare giorno, si metteva a cantare. Allora lei prendeva il barile e partiva per non fare mancare l'acqua fresca in casa per i padroni. Questo era il suo compito principale. Se arrivava tardi, erano botte.

 

Nicola invece portava tutti i giorni le pecore a pascolare. Quando la sera riusciva a tornare, la mattina dopo prendeva un pezzo di pane, un po' di formaggio, qualche oliva e partiva prima ancora che il gallo cantasse.  Doveva sempre fare in modo che le pecore avessero abbastanza da mangiare e portarle nei campi in cui ancora non era stato. Dalla primavera fino all'autunno era quindi in giro nelle zone più lontane. Quelli che facevano il formaggio dovevano andare a mungere le pecore direttamente al pascolo.

 

Naturalmente Nicola cercava di passare più spesso che poteva dalle parti della sorgente per vedere se incontrava Giulia. Tra di loro si comportavano come se fossero fratello e sorella e si volevano bene. Quando Giulia andava a prendere l'acqua portava qualche avanzo di cibo del giorno prima che riusciva a nascondere senza farsi vedere dai padroni. Lo faceva con la speranza di incontrare Nicola, perché lui di queste cose riusciva a mangiarne ben poche. Era sempre in giro con le bestie. L'unica cosa che non gli mancava mai era latte caldo appena munto.

 

A quei tempi, i figli della gente povera erano manodopera a buon mercato per la gente danarosa che aveva poderi, e i padroni si arricchivano sulle spalle di questi ragazzi e ragazze. Cercavano quindi di ingrandire le loro proprietà comprando i terreni vicini. Ci provavano sempre in tutti i modi, anche se dovevano ricorrere a un omicidio. Quando non  riuscivano a comprarli, cercavano di sistemare le cose combinando dei matrimoni tra i figli di quelli che avevano i terreni vicini.

 

Quando Giulia e Nicola s’incontravano, parlavano solo del lavoro e mentre chiacchieravano si scambiavano quello che avevano portato. Giulia dava a Nicola gli avanzi di cibo che era riuscita a rubare e Nicola le dava una tazza di latte. La loro amicizia diventava sempre più profonda, ma la loro felicità sarebbe finita presto.

 

Un giorno Caterina, la padrona, si è accorta che fra Giulia e Nicola c’era un legame profondo. Voleva evitare che l’amicizia diventasse ancora più stretta e non ha mandato più Giulia alla sorgente. Il compito di prendere l’acqua toccava ora a Concetta, una vecchia serva che aveva passato gli anni come schiava nel podere. Ha assunto quell’incarico senza brontolare. Aveva lavorato già per il padre dell’attuale padrone. Non aveva molto da perdere. La morte sarebbe stata per lei una vera liberazione. Sapeva che non avrebbe mai avuto la libertà se non morendo. Concetta aveva un cuore buono e voleva aiutare i due ragazzi. Il nuovo compito era troppo pesante per lei, faceva fatica a trasportare il barile d’acqua e la strada sembrava lunghissima. Tuttavia metteva insieme quelle poche forze che ancora aveva, per fare questo lavoro. Adesso era lei che portava gli avanzi da mangiare a Nicola e gli raccontava cosa succedeva al podere. Il tempo passava e Concetta era sempre meno in grado di andare a prendere l’acqua. Ma non si lamentava, soffriva in silenzio.

 

Una mattina, nell’anno 1898, Giulia cercava di svegliare Concetta perché non voleva che fosse punita per aver fatto tardi il suo lavoro. Era del tutto insolito che Concetta non si svegliasse in tempo. Era sempre la prima ad alzarsi. Quando Giulia ha cominciato a scuoterla, si è accorta che la vecchia non respirava più. L’hanno seppellita il giorno stesso senza neppure leggere una messa. I padroni del podere non hanno detto a nessuno che Concetta era morta. Sulla tomba è stata messa una croce di legno su cui era scritto solo “Concetta”. Nessuno al podere conosceva il cognome della donna.